Abbiamo ucciso il drago?

Al Trento Film Festival (2018) è andata in scena una delle più memorabili serate alpinistiche del Festival. Lo spettacolo capitanato da Reinhold Messner, assieme a lui sul palco si sono alternati molti forti alpinisti, a partire da Maurizio Zanolla (Manolo), Nicola Tondini, Tommy Caldwell, Hansjörg Auer, Reinhold Messner, Hervé Barmasse e Adam Ondra. Non capita spesso di incontrare così tanti “nomi forti” nello stesso momento.
La serata è stata spunto di riflessioni e discussioni a latere nei giorni successivi, riguardo un articolo scritto dallo stesso Messner, che sono andato a riprendere. “L’assassinio dell’impossibile” è stato pubblicato sulla rivista del CAI nell’ottobre del 1968, cinquant’anni fa, in un periodo sociale non certamente tranquillo, ma neanche dal punto di vista alpinistico.

L’articolo di Messner è ancora attuale?

Messner rispettivamente nel 1968 e 1978 ha superato due limiti che finora erano ritenuti invalicabili, il primo, insieme al fratello Günther, sul Sass dla Crusc in Val Badia, elevando la sua scalata oltre il grado IV superiore, della scala IUAA fino allora il limite massimo. Il secondo episodio, che conosciamo tutti, è la salita dell’Everest insieme a Peter Habeler in assenza di ossigeno. Fino ad allora, la medicina non riteneva probabile un’impresa del genere, Messner così alzo ulteriormente l’asticella del limite dell’impossibile oltre il quale l’uomo deve rinunciare.

Ed è proprio su quest’ultimo concetto che parte la riflessione. L’invito di Messner durante la serata è stato quello di affrontare le montagne con le “proprie forze” e se queste non sono sufficienti, si deve rinunciare ed accettare l’esistenza di qualcosa di impossibile da superare. Oggi pare tutto possibile, vediamo spedizioni sull’Everest, organizzate di corde fisse, campi tendati già pronti, bombole di ossigeno, usando sistematicamente staffe, chiodi ad espansione, maniglie. Ma l’alpinismo è questo? La domanda che ci poniamo è ancora oggi valida?

Dall’incontro, avvenuto prima della conferenza, è emerso che oggi, lo spit, (il chiodo ad espansione) è sdoganato, fin al punto, che non diventi “il motore” della scalata. Lo spit, dato il livello delle vie odierne, è una sicurezza ammissibile soprattutto se utilizzato utilizzato in sosta. Le protezioni sono importanti per assicurare l’incolumità dello scalatore, ma non certamente per superare passaggi altrimenti impossibili.

La scusa del chiodo ad espansione è solo per entrare più nel merito di come, specie in alta quota si pratichi alpinismo oggi. Prima di intraprendere una via, di scalare un montagna, di salire in alta quota, un 8000, sappiamo cosa è successo prima di noi li su quelle pareti? Per esempio è giusto o no chiodare con spit una via storica, già liberata, che senza ombra di dubbio è scalabile avendone le capacità senza l’ausilio di chiodi fissi?

Per Messner e gli altri alpinisti in sala non c’è alcun dubbio. Chiodare una placca come quei famosi quattro metri del Pilastro di Mezzo sul Sass dla Crusc, è come annientarla, cancellare l’impossibile.

Gli alpinisti e gli arrampicatori sportivi giovani, conoscono la storia delle vie che oggi frequentano scalando? Hanno un modo etico di approcciarsi al mondo della verticalità? Rispettano le scelte degli apritori? Sanno, non solo i giovani, che esiste l’impossibile, ha diversi livelli per ognuno di noi, e se non riusciamo a superarli è il caso di rinunciare?

La domanda, questa la porgo io, oggi, possiamo parlare di alpinismo, quando si sale una vetta con l’ausilio di corde fisse, campi allestiti come piccoli campeggi d’alta quota? O l’alpinismo è solo lo “stile alpino” in cordata, leggeri, senza campi intermedi? Sono domande che mi pongo e mi farebbe piacere conoscere il vostro parere.

Spesso vediamo la montagna addomesticata, passata come campo d’avventura, una sorta di palestra all’aria aperta, vista dai più come terreno di gioco, di competizione, che porta gli alpinisti a superare limiti in un terreno che forse bisognerebbe verificare prima per sicurezza.

Come dice Hervè Barmasse “Forse il vero limite lo raggiungi quando sei costretto a tornare indietro, non quando lo passi. Perché se l’hai passato allora il tuo limite è già più in alto, e per questo la competizione è motivante. È diverso invece se la montagna diventa un campo da gioco, dove usare la montagna per dimostrare di essere migliori degli altri. L’alpinismo non ha queste origini, nasce semplicemente per cercare di capire dove andremo”

Resto dell’idea che in alpinismo si sale con le proprie capacità, intellettuali e fisiche, il resto è avventura addomesticata, non totalmente priva di rischi, stiamo sempre parlando di ambiente naturale. La vera avventura è quando riesci a vivere un percorso, farlo tuo, non per forza raggiungere la vetta, la rinuncia (che non è la perdita) è di per se, di fronte al tuo limite, proprio nel momento massimo dell’avventura. Hai raggiunto un limite oltre il quale non sei in grado di andare, ed è li che devi prendere una decisione. In quel momento puoi assassinare l’impossibile con mezzi non propri, oppure decidere di salvare il drago e tornare a casa.