Ghiacciai addio: Come sta cambiando o come abbiamo cambiato il clima.

Da qualche giorno non si fa che parlare del ghiacciaio di Planpincieux vicino Courmayeur, in effetti una consistente massa di ghiacciaio rischia di staccarsi e crollare fino a valle. L’evento ha una tale portata che il comune ha deciso di evacuare le case e di chiudere le strade. Non è la prima volta che sentiamo parlare di ghiacciai che crollano. Da un certo punto di vista è normale, visto che proprio per loro caratteristica i ghiacciai hanno un movimento dal bacino di accumulo situato in alta quota verso valle terminando con una morena che talvolta può essere lunga decine di chilometri (come il ghiacciaio dell’Aletsch o del Miage). Le parti più tormentate, quindi quelle con i seracchi, dove la morfologia e la pendenza della montagna superano determinati gradi, sono solite subire crolli.

 

Dettaglio della zona di distacco del Ghiacciaio di Planpincieux

 

L’eccezionalità dell’evento sta nel fatto che se prima i crolli erano contenuti, ormai da anni continuiamo ad osservare riduzioni di volume e spessore dei ghiacciai a ritmi sempre più elevati, portando così questo fenomeno alle dimensioni di quello che stiamo attendendo in questi giorni. Si prevede infatti un distacco di 250 mila di metri cubi di ghiaccio che può arrivare a coinvolgere il fondo valle, case comprese.

 

Il ghiacciaio di Planpincieux visto dal rifugio Boccalatte

 

Ma il ghiacciaio di Planpincieux non è l’unico. Secondo Fabrizio de Blasi, ricercatore Istituto Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Progetto Ice Memory) https://www.unive.it/pag/37101 : “Non è assolutamente normale – ha osservato – che quantità così importanti di ghiaccio, si parla di almeno 250 mila metri cubi, si muovano a quella velocità (50-60 centimetri al giorno)”.

Lo scorso luglio a Zermatt si è verificato un episodio simile. Un crollo sul ghiacciaio ha liberato una grande quantità d’acqua che scesa a valle ha causato un’alluvione in paese.

Sempre secondo de Biasi intervistato da AGI: “È l’effetto del caldo insolito che si è registrato nel corso dell’estate anche a quote molto elevate. In quel periodo sul Monte Rosa a 4500 metri di quota avevamo registrato 10 gradi centigradi alle otto di sera – è una temperatura talmente insolita che sciolse una grande quantità d’acqua in un ghiacciaio del Monte Bianco che formò un vero e proprio lago all’interno di una conca valliva dove invece normalmente c’era un nevaio molto grande”

 

Grossglockner e pasterze Gletscher in Alti Tauri

 

Il delicato ambiente alpino, come le regioni polari è una sorta di cartina tornasole che ci indica lo stato del clima e come sta evolvendo. La scomparsa dei ghiacciai è un indicatore di come le temperature medie globali stiano abbattendo ogni anno record positivi rispetto alla media delle serie storiche.

Il 25 settembre l’organismo IPCC The Intergovernmental Panel on Climate Change, il comitato scientifico sul clima dell’Onu ha pubblicato un report speciale “Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate“, il rapporto sullo stato degli oceani e la criosfera in un clima che cambia”. Il report è uno strumento utile ai politici per aiutarli nelle decisioni in modo da attuare le necessarie misure per contrastare gli effetti del clima.

Secondo il rapporto a causa del riscaldamento globale nel ventunesimo secolo gli oceani vedranno un aumento senza precedenti della temperature e della acidificazione, un calo dell’ossigeno, ondate di calore, piogge e cicloni più frequenti e devastanti, aumento del livello delle acque oltre la diminuzione delle specie animali.

Gli effetti cadranno anche sulla popolazione. Sono ben 670 milioni le persone che abitano in regioni di montagna e 680 quelle che vivono nelle zone costiere. Quattro milioni di persone vivono stabilmente nella regione artica, e 65 milioni di persone vivono nelle piccole isole sparse per il globo. Le regioni sono legate tra loro perché lo scioglimento della criosfera alimenterà il livello medio degli oceani. Se in montagna diminuirà la possibilità di accedere all’acqua, le coste saranno sommerse dal mare. Sempre il rapporto prevede un aumento delle tempeste in Europa del Nord e aumenterà la siccità in Sahel e Asia del Sud. Questi cambiamenti avranno un impatto su economia, biodiversità, protezione costiera, pesca, sicurezza alimentare e turismo.

Riguardo i ghiacciai, secondo Renato Colucci (CNR), negli ultimi 100 anni le nevi perenni sono dimezzate. Il 70% del calo di massa si è registrato negli ultimi 30 anni. Di questo passo in due o tre decenni non avremo più ghiacciai al di sotto dei 3500m. Secondo Colucci: “Se prendiamo la media delle temperature degli ultimi 15 anni, questa non è compatibile con l’esistenza dei ghiacciai sotto i 3.500 metri.”. Come per esempio il ghiacciaio di Planpincieux che si sta letteralmente sgretolando a vista d’occhio.

 

 

Un’aggravante della situazione è la diminuzione dell’albedo, ovvero la capacità del ghiaccio o la neve di riflettere la luce. Con la perdita dello strato superficiale di neve, i ghiacciai rimangono scoperti e diventano più neri a causa delle polveri che vi si sedimentano. Il ghiaccio scurendosi in superficie assorbe più calore diventando così più vulnerabile all’esposizione solare.

Gli studi dei glaciologi spiegano bene perché tutto questo sta avvenendo. Secondo Colucci “I carotaggi fatti sui ghiacci di Groenlandia e Antartico ci dicono che nell’ultimo secolo l’aumento della CO2 nell’atmosfera è stato cento volte più rapido che in qualsiasi altra epoca negli ultimi 800.000 anni. La responsabilità non può che essere dell’uomo”.

 

 

Sempre Colucci: “Paesi come Perù, Cile e India contano sui ghiacciai montani per l’approvvigionamento idrico, e potrebbero avere problemi. La sparizione dei ghiacci polari potrebbe sommergere isole e località costiere. E lo scioglimento del permafrost, il terreno ghiacciato delle steppe, libererebbe enormi quantità di metano, il gas serra con l’effetto maggiore”

Il clima non è mai stato lo stesso, ha subito diverse variazioni, ma quella registrata negli ultimi decenni, secondo gli studi, non è mai avvenuta negli ultimi 2000 anni. Tre Paper pubblicati da Nature e Geoscience (https://www.nature.com/nclimate/) affermano che in passato i cambiamenti erano regionali e che il termometro oscillava meno rapidamente: niente a che vedere coi gli effetti che sono in atto dal 2000.

Il climatologo Raphael Neukom su Nature Geoscience ha pubblicato che nel Ventesimo secolo il pianeta Terra si è riscaldato molto più velocemente di quanto non abbia mai fatto in passato, quando la responsabilità di questi cambiamenti poteva essere attribuita solo ed esclusivamente a fenomeni naturali.

A chiamare in causa l’emissioni di gas serra emessi dall’uomo c’è un altro studio sempre pubblicato su NatGeoscience da Stefan Brönnimann. Secondo lo studioso prima del 1800, le oscillazioni della temperatura erano dovute soprattutto alle eruzioni vulcaniche, poi sono subentrati i gas serra. Nella metà del 1800, le eruzioni hanno provocato prima un calo della temperatura e sconvolgimenti climatici, poi c’è stato un periodo in cui la temperatura è cresciuta. Questo ultimo periodo è coinciso con la rivoluzione industriale.